giovedì 1 dicembre 2011

Nodi iraniani

L'accelerazione impressa alla crisi tra Iran e Occidente riflette (almeno per quel poco che ci è dato vedere da una posizione del tutto esterna) la crisi interna del regime persiano. Una situazione del tutto diversa è invece quella che si presenta in Israele, dove è la crisi nei rapporti con l'Iran a provocare rotture e strappi nel tessuto politico. Situazioni speculari che producono effetti del tutto diversi.

La lotta interna al regime iraniano (girare attorno alla parola regime è del tutto inutile alla luce della condotta tenuta dagli apparati di potere nei confronti della eterodiretta Onda Verde e alle dure repressioni funzionali alla sterilizzazione di ogni forma di fioritura di una Primavera nei confini di casa) è a un punto critico già da molto tempo. Come sappiamo la sfida tra l'Ayatollah  e suprema guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad va avanti da parecchio tempo ed è il frutto avvelenato di una divergente interpretazione della funzione dei rispettivi poteri e degli obiettivi della Repubblica Islamica. Per essere chiari (e sintetici, molto sintetici): la suprema guida persegue una visione "messianica" che si fonda sul sostegno ai movimenti sciiti (vedi l'appoggio ad Hezbollah o agli Zaiditi nello Yemen) e ai partiti islamici oppositori delle correnti Salafite (che in quanto derivazione della scuola Saudita sono viste come una quinta colonna del regime degli Al Saud) al fine di diffondere il modello della repubblica Islamica; il presidente Ahmadinejad persegue una visione decisamente opposta, che si fonda sul nazionalismo persiano e cerca il consenso mediante l'appoggio ad altri regimi nazionalisti e possibilmente laici (non per amore del laicismo, ma per evitare ingerenze degli apparati confessionali), come dimostrato dall'appoggio alla Primavera Araba, vista come arma per spazzare via vecchi sovrani e instaurare nuovi governi di diverso orientamento nelle politiche della regione mediorientale (da leggersi così: che vedano la Regione con occhi diversi da quelli degli Usa e di Israele).
La crisi dell'ambasciata britannica ha messo in luce tale spaccatura: il presidente si affrettava a dirsi dispiaciuto per l'evento e prometteva provvedimenti; la suprema guida gongolava per il successo dell'operazione.

Ad aggravare la situazione interna sono anche le difficoltà economiche. Ahmadinejad ha dovuto provvedere ad eliminare i generosi sussidi alle classi meno abbienti (cosa non esattamente popolarissima) come conseguenza agli effetti prodotti dalle sanzioni occidentali. Accentuare le tensioni sullo scacchiere internazionale ha la funzione di far ricadere le colpe dei problemi interni su nemici lontani. Va da se che anche in politica estera la differenza tra le due fazioni è marcatissima. La suprema guida ha il suo bersaglio nel mondo occidentale, il presidente nei paesi Arabi vicini a Riyad.

Infine la manifestazione di rabbia contro l'ambasciata serve anche a distrarre dai gravi attacchi subiti dall'Iran negli ultimi tempi. Tra centri missilistici esplosi a Isfahan, arei russi con  bordi tenici nucleari che precipitano provvidenzialmente, ricercatori iraniani assassinati, virus letali (l'oramai celebre Stuxnet) che bloccano le turbine nucleari e minacce di guerra da parte di Tel Aviv il clima è pesante. Talmente pesante che il regime ne approfitta per ricreare un clima marcatamente sciovinista simile a quello del 1979 e della guerra con l'Iraq.

Che questo sia un male è cosa evidente. Che sia risolvibile è altrettanto chiaro. Una guerra contro l'Iran è fuori tanto per i costi, quanto perchè l'unico paese ad esserne interessato è Israele. Il mantenimento dello status quo è altrettanto pericoloso, lasciando aperta la porta a un eventuale comandante pazzo pronto a tutto pur di porre fino allo stallo.
La soluzione potrebbe essere quella di appoggiare Ahmadinejad, molto più leggibile per gli occidentali poco avvezzi alle ragioni messianiche della suprema guida, e molto più trattativista, favorendone le mire regionali in cambio di una rinuncia alle armi nucleare. Troppo facile. Quindi non si farà. Peccato.

P.S: si consiglia la lettura di questo articolo

1 commenti:

  1. io non riesco a concepire nessuno stato, di alcun genere, che sia fondato sulla religione e le cui leggi scaturiscano da un libro di religione. qualunque religione sia.

    RispondiElimina